L’IMPORTANZA
DELLA FAMIGLIA
La
famiglia è il principale luogo di crescita di ogni individuo,
dalla sua nascita e per tutta la vita. A seconda del momento
evolutivo in cui ci si trova, la famiglia assume significati e ruoli
diversi, ma rimane sempre il punto di riferimento (nel bene e nel
male) a cui tutti ci rifacciamo.
L’importanza
della famiglia e l’influenza che ha sullo sviluppo emerge
soprattutto quando questa sembra essere assente o lontana e gli
individui, in special modo i bambini ed i ragazzi, manifestano un
disagio. Paradossalmente ci si accorge in questo momento quanto la
presenza di una mamma, di un papà, ma anche di un parente
vicino, di qualcuno che si prenda cura del ragazzo e gli stia vicino
nei diversi passaggi dello sviluppo, sia fondamentale.
Il
ruolo di genitore è sempre difficile, è spesso
accompagnato da incertezze, è messo in discussione, è
oggetto di ricerca e di giudizio e quindi può essere oggetto
di critiche e diventa ancora più problematico nella fase in
cui il bambino passa, attraverso l’adolescenza (che al giorno
d’oggi non si sa bene quando finisca!) al mondo adulto. Questa
fase è critica per l’adolescente, ma è critica
anche per i genitori.
Per
capire meglio l’importanza della famiglia nell’educazione
e nella crescita dei figli, bisogna introdurre un concetto
importante, quello di attaccamento (Bowlby,
1983). Osservando i comportamenti interattivi tra genitori e figli si
vede che il bambino è predisposto geneticamente a sviluppare
un legame di attaccamento con chi si prende cura di lui, alla ricerca
di protezione. Questo avviene per un bisogno innato che serve alla
sopravvivenza dell’individuo. I comportamenti di attaccamento
sono già visibili alla nascita nel riconoscimento della madre
da parte del bambino; al secondo-terzo mese di vita il bambino ha già
delle capacità di proposta e risposta e sa riconoscere persone
familiari e interagire con loro in modo differenziato. A partire
dall’ottavo mese compaiono indicazioni chiare di un legame di
attaccamento ben sviluppato e durevole: il bambino mette in atto
comportamenti di avvicinamento e di ricerca verso le persone
familiari, mentre è timoroso nei confronti degli estranei.
Dalla fine del primo anno di vita egli entra in una fase di
attaccamento decisamente direzionato, in cui si comporta in modo
intenzionale, pianifica le proprie azioni in funzione di obbiettivi,
prende in considerazione sentimenti, motivazioni e obbiettivi
dell’altro tramite la comprensione dello stato della mente e
diventa, quindi, capace di usare in modo flessibile i mezzi di
segnalazione sociale per ottenere i propri scopi.
Tra
i comportamenti di attaccamento alla fine del primo anno di vita,
emergono differenze individuali. Queste differenze riflettono le
diversità di temperamento, ossia la diversa predisposizione di
esprimere le emozioni, ma anche il modo di regolare gli affetti e i
pensieri che si è sviluppato tra genitori e bambino nel primo
anno di vita. I comportamenti di attaccamento manifestati dal bambino
determinano il modo in cui la persona poi processa le informazioni.
Diversi
studi hanno dimostrato che le modalità di attaccamento in
genere verranno poi usate per il resto della vita; cioè il
modo in cui noi vediamo noi stessi, il mondo esterno e la relazione
tra noi e il mondo (cioè il modello operativo interno) è
già formato ad un anno e ce lo portiamo per tutta la vita. Questo potrà cambiare poi, in seguito ad esperienze diverse,
ma gli studi riportano che lo stile di attaccamento che noi abbiamo
ad un anno in genere rimane tale nel corso della vita e ci porta ad
instaurare le relazioni con gli altri in un certo modo.
Bisogna
in ogni caso tenere conto del fatto che aspetti genetici, eventi,
relazioni e ambiente influiscono e si intrecciano in ogni momento
della vita sullo sviluppo, in modo diverso da persona a persona,
dando luogo a modi di essere diversi, a seconda dell’intrecciarsi
dei vari fattori e delle richieste di adattamento. E’
necessario, quindi, evitare letture lineari e causali, avendo invece
sempre presente che da situazioni di partenza apparentemente
identiche, o molto simili, si sviluppano percorsi diversissimi, così
come punti di arrivo simili sono il risultato di evoluzioni che
possono avere partenze molto diverse. Facendo un esempio, la fuga di
un adolescente da casa può essere il segnale di una relazione
troppo povera con i genitori, ma anche il tentativo di staccarsi da
un affetto troppo forte da cui può distanziarsi solo con una
rottura.
Per
affrontare il tema del ruolo educativo della famiglia bisogna quindi
tenere presente da dove ogni genitore parte, dalla propria famiglia
d’origine e dall’esperienza vissuta in questa. Ogni
genitore è stato prima di tutto figlio e riflettere sui figli
che si è stati e sulla relazione con i nostri genitori aiuta a
capire perché ci si comporta in un certo modo con i propri
figli e può essere un utile punto di partenza nella
comprensione della relazione che al giorno d’oggi si ha con i
propri figli. Capire l’importanza della storia personale di
ognuno e l’influenza che questa storia ha nel modo di
interagire con i nostri figli, permette di riflettere sulle modalità
più adeguate di prendersi cura dei propri figli.
La
pubertà e l’adolescenza sono delle tappe di sviluppo che
si differenziano dai periodi precedenti e possono venire vissute sia
dai genitori che dai figli come momento critico o difficile in cui
non si sa bene quale possa essere il modo migliore di interagire con
i figli. Ciò è dovuto al fatto che dai 12- 13 anni in
su (ma a volte anche prima) avvengono tutta una serie di cambiamenti
sul piano fisico e sul piano psicologico nel ragazzo, che lo portano
a nuovi comportamenti e nuove modalità di interazione. Quindi,
parallelamente alla maturazione del corpo, che include lo sviluppo
sessuale, avvengono anche dei cambiamenti sul piano mentale, sui
quali vale la pena soffermarsi.
Questo
particolare periodo evolutivo dà spesso luogo ad una
svalutazione temporanea dei genitori. Un preadolescente comincia a
considerarli come banali, all’antica, con idee ristrette, senza
entusiasmi, ecc.
La
svalutazione è dovuta anche al fatto che, con la crescita, una
visione più realistica dei pregi e dei difetti dei genitori
viene sostituendosi alla convinzione infantile che essi fossero
pressoché onnipotenti e perfetti.
Un’altra
causa della svalutazione è il crescente bisogno di
differenziarsi dai propri genitori, di avere convinzioni proprie da
opporre alle loro, che vengono allora considerate meno valide. Di
solito, comunque, se non intervengono vere e proprie rotture si
verifica verso il termine dell’adolescenza, una “riscoperta
dei genitori”: i loro pregi vengono nuovamente riconosciuti e
spesso i loro comportamenti vengono di nuovo approvati.
Le
caratteristiche essenziali della relazione educativa sono: intenzionalità,
asimmetria e reciprocità.
L’azione
del genitore per essere propriamente educativa deve essere
caratterizzata da intenzionalità (cioè volontà di chiarezza di fini e obbiettivi,
coscienza del proprio compito e del proprio ruolo, presenza della
dimensione della progettualità). L’educazione può
essere definita come una relazione con cui un individuo si propone di
promuovere, intenzionalmente, il migliore sviluppo della personalità
di un altro individuo in un contesto specifico. E’ un sistema
di convivenza in cui c’è un rapporto di reciprocità
tra genitori e figli, in cui l’attività dell’uno
rende possibile quella dell’altro. Genitori e figli però,
sono diversi per competenze, esperienze e maturità e questo
rende il rapporto asimmetrico,
dove il ruolo del genitore è quello di fornire sostegno
protezione e guida. Affinché ciò avvenga è
necessario che vi sia una reciprocità nel rapporto, cioè il figlio può crescere e svilupparsi
poiché anche il genitore è impegnato nella propria
crescita. L’educazione è un procedere continuo verso il
meglio, è sollecitare a creare e a crearsi; ha come fine la
pienezza di vita di sé e dell’altro. I figli, infatti,
incidono inconsapevolmente sul comportamento dei genitori e li
sollecitano a rivedere le proprie posizioni, i propri comportamenti e
i propri saperi. Quindi il rapporto educativo è in continua
evoluzione e dipende dalla fase di sviluppo in cui si trova il
figlio, ma anche dalla capacità dei genitori di crescere essi
stessi in relazione a queste fasi e a porsi come educatori in maniera
costruttiva.
L’aspetto
essenziale del ruolo educativo dei genitori è quello di essere
presenti. Non c’è un modo giusto di essere genitori che
vada bene per tutte le situazioni, ma c’è un modo buono
di essere presenti nelle vicende che riguardano i figli. Ognuno può
trovare le sue modalità di essere presente con il figlio,
l’importante è che questa presenza venga avvertita e
permetta al figlio di sentirsi sostenuto, protetto e guidato.
A cura della Dott.ssa Ursula Napoli -
Psicologa clinica e Psicoterapeuta, Ordine degli Psicologi del Veneto
I
PROBLEMI RELAZIONALI IN ETÀ ADOLESCENZIALE
Adolescenza
e conflitti
Gli stati
di conflitto tipici dell’età adolescenziale si riflettono soprattutto
nei rapporti con i genitori; l’adolescente sente l’esigenza
di staccarsi da loro, ma, giacché non si sente pronto per una
vita autonoma, teme d’intraprendere tale iniziativa.
Gli adolescenti,
affrontando situazioni mai sperimentate prima, si sentono adulti;
quando falliscono, si sentono scoraggiati e sono portati, a volte, a
chiudersi in se stessi.
I
conflitti nascono principalmente dal fatto che ogni adolescente non sa capire se stesso e non sa realmente cosa desidera.
Spesso
i genitori hanno difficoltà a comunicare e a stabilire
rapporti autentici ed efficaci con i figli, perdendo in parte il loro
status di punto di riferimento. Volendoli tenere legati dal punto di
vista affettivo, assumono a volte comportamenti troppo permissivi: si
mostrano deboli e scendono a compromessi, viziandoli o concedendo
loro eccessiva libertà.
Gli adolescenti da parte loro sentono che la protezione eccessiva è in
contrasto con i loro naturali bisogni d’autonomia e di
crescita; si ribellano così all’autorità dei
genitori, estraniandosi ed allontanandoli.
Il
passaggio dall’infanzia all’età adulta determina
quindi un periodo di conflitti e di incertezze.
Soltanto
nel momento della maturità, i ragazzi generalmente
riconquistano l’equilibrio psicologico e riescono ad instaurare
un rapporto di fiducia con i genitori, basato sul dialogo, acquisendo
finalmente un’ identità ed un ruolo sociale ben
definito.
Adolescenti
e famiglia
La famiglia gioca un ruolo fondamentale nell’evoluzione
delle generazioni.
La conquista dell’autonomia nei confronti dei genitori, che
avviene durante l’adolescenza,
è condizionata dalla natura del rapporto esistente tra la
generazione dei padri e quella dei figli.
Nel
passaggio dalla famiglia patriarcale
a quella nucleare, si è verificato un cambiamento nelle
relazioni interne al nucleo familiare. La famiglia patriarcale fondava le proprie radici sulle esigenze del sistema socio-economico
dell’agricoltura e sul numero dei componenti familiari.
Tutti
i membri della famiglia
patriarcale facevano capo all’autoritaria figura del padre; i ruoli erano
immutabili; il padre di famiglia era in posizione di guida e
risultava l’unico referente nei rapporti sociali e il
responsabile del mantenimento dell’intera famiglia; la donna,
senza farsi coinvolgere nell’attività lavorativa e nei
rapporti con la collettività, badava a tutte le incombenze
domestiche. Anche i bambini assumevano, fin dall’infanzia,
ruoli diversi.
I
maschi aiutavano i padri nel lavoro dei campi; le femmine
collaboravano con le madri nelle faccende domestiche. In seguito, con
l’industrializzazione e con lo sviluppo tecnologico, si ha la
“nuclearizzazione”
della famiglia.
La famiglia
tradizionale si decompone, ristrutturandosi in un piccolo nucleo, composto di
padre, madre e figli. La famiglia
nucleare fa acquisire alla generazione dei figli più
indipendenza ed autonomia nei confronti di quella dei genitori.
L’adolescente ha infatti, soprattutto oggi, l’esigenza d’interrompere,
per crescere autonomamente, i rapporti con i genitori. La pubertà
e l’adolescenza sono tappe evolutive fondamentali per
l’ampliamento del raggio delle relazioni affettive non più
centrate quasi esclusivamente sulla famiglia. Il gruppo dei coetanei
prima ed il partner sessuale poi acquistano un’importanza
preponderante. Il gruppo dei coetanei svolge diverse funzioni tra cui
quella di convalidare, tramite il consenso comune ed il senso di
intimità, l’identità personale dell’adolescente
alla ricerca di un più stabile ruolo sociale; perciò il
gruppo assolve la funzione di punto di riferimento preciso nella fase
di transizione verso ruoli adulti. Nel gruppo gli adolescenti discutono
i propri interessi e trovano certezza alle proprie angosce, gettando
le basi del ruolo che svolgeranno, in seguito, nella società
degli adulti. Risolvere con gli altri i problemi ed avere comuni
esperienze prepara alla vita futura: se quest’esigenza si
realizza in modo armonico, gli adolescenti si
trovano inseriti in un’atmosfera di fiducia e di sicurezza. In
caso contrario, possono emergere atteggiamenti aggressivi.
L’influenza
esercitata dal gruppo dipende dal bagaglio psicologico che il ragazzo
porta con sé quando ne entra a far parte. Così un
adolescente che sia in netto contrasto con i genitori tenderà
ad adottare con maggiori probabilità un gruppo di coetanei
quale termine di riferimento principale.
È
questo un periodo di estrema instabilità in cui si registra la
tendenza ad assumersi responsabilità varie, la necessità
di prendere parte ad iniziative sociali, quali adesioni a circoli
culturali e a movimenti politici.
L’educazione
in questo delicato periodo di vita dovrebbe essere volta ad
incrementare lo sviluppo di sentimenti di accettazione di sé e
di fiducia nelle proprie capacità, a promuovere l’attitudine
a risolvere i problemi interpersonali e ad affrontare situazioni di
difficoltà emotiva.
Comportamenti
a rischio in età adolescenziale.
I
comportamenti a rischio nella fase adolescenziale sono più
frequenti, proprio perché l’adolescenza è una
fase evolutiva molto complessa, in cui si verificano importanti
cambiamenti fisici, sessuali, psicologici e sociali, ai quali
l'adolescente deve adattarsi.
Come abbiamo già
sottolineato, lo sviluppo dell'identità si realizza attraverso
la ricerca di nuovi valori e nuove identificazioni al di fuori della
famiglia: in questo periodo il gruppo dei coetanei rappresenta
un'istanza autorevole, che impone un sistema di norme
rigide.
L'accettazione nel gruppo influenza in modo determinante
il comportamento dei singoli e l'adozione o il rifiuto delle norme di
sicurezza.
Lo sviluppo dell'identità si realizza anche
esplorando i limiti fisici e psichici e le proprie possibilità;
capita così che spesso, per mettere alla prova se stessi, i
giovani adottino comportamenti pericolosi quali consumo di alcolici,
abuso di sostanze (droghe di vario tipo), comportamenti devianti,
attività sessuale promiscua o non sicura, stile di guida
spericolato e disattento.
Bisogna comunque sottolineare che i
comportamenti a rischio hanno spesso, in questa età, funzioni
ben precise: sebbene dannosi dal punto di vista fisico, psichico e
sociale, forniscono all’adolescente una via di uscita alle
insicurezze e alle incertezze sperimentate in questa fase della vita.
Per quanto pericolosi, vengono ricercati poiché permettono di
raggiungere alcuni obiettivi importanti, come l’affermazione
della propria identità e la costruzione di relazioni sociali
ed affettive.
Alcuni ragazzi riescono a raggiungere questi scopi
senza mettere in pericolo il loro benessere fisico, psicologico e
sociale, riuscendo a gestire con una certa serenità le loro
ansie e i loro problemi: molti adolescenti, invece, non trovano altro
modo per realizzare questi obiettivi se non attraverso i
comportamenti a rischio, che permettono loro di sentirsi adulti e
autonomi.
Alcuni comportamenti, permettono inoltre di
identificarsi con il gruppo: fumare sigarette, bere, avere rapporti
sessuali come fanno i propri amici, permette di sentirsi come loro e
facilita l’accettazione nel gruppo.
Le profonde
trasformazioni psicofisiche, connesse ai processi di sviluppo,
pongono l’attenzione sulla dimensione corporea, che in questa
fase evolutiva diventa uno degli ambiti privilegiati di definizione
della propria identità personale nelle sue diverse componenti:
sessuale, sociale, relazionale, professionale.
La conoscenza del
proprio corpo passa attraverso l’esperienza dei suoi limiti;
fin dall’infanzia, infatti si possono individuare situazioni,
ludiche e non, la cui caratteristica specifica è quella di
verificare l’esperienza dei propri limiti psicofisici. Le prove
di coraggio e il superamento della paura sono esperienze fondamentali
della crescita che vedono il corpo come protagonista.
I
comportamenti "a rischio" sono quindi frequenti e,
soprattutto, di difficile gestione e comprensione soprattutto da
parte della famiglia.
L'intervento
psicologico per la prevenzione del rischio può essere rivolto
sia ai genitori, per fornire loro strumenti adeguati alla gestione
delle situazione di rischio, che al minore, al fine di una
valutazione attenta del comportamento mirante a favorire un
intervento appropriato.
Esistono inoltre corsi di aggiornamento e
formazione per professionisti, insegnanti, enti, scuole, istituzioni.
Interventi
di promozione della salute e prevenzione delle ricadute sono
possibili negli ospedali e in enti che si occupano di cura e
riabilitazione, nelle scuole per la prevenzione del rischio.
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