DIVERSITÀ CULTURALE: INTEGRAZIONE O CONFLITTO?

IL FENOMENO DELLA DIVERSITÀ E DELLA MULTICULTURALITÀ

"Diversità" è un concetto che allude ad un processo di distinzione e di separazione, ad una differenziazione da un modello dominante, da un'uguaglianza di parola, di linguaggio e di pensiero.

Ragazzi di diverse nazionalitàLa diversità è un concetto che non rispetta l’appartenenza ad uno standard condiviso, ma che attesta una difformità.
Il binomio omologazione – diversità, nelle sue accezioni concrete e psicologiche, ha implicazioni rilevanti sul piano dei fatti umani, esistenziali, socioculturali.

Sono sempre esistiti, nel corso della storia dell'umanità, processi culturali orientati all'esaltazione dell'uguale, di ciò che si conforma ad un modello convalidato come superiore e degno di essere da tutti imitato.
Basti pensare a quei sistemi politici che, ponendo in vario modo un'entità astratta sovraindividuale "Stato, Partito, Religione" al di sopra di tutto e di tutti, hanno esaltato la dimensione collettiva e messo in secondo piano (o in totale subordinazione) le espressioni e le esigenze dei singoli.


Globalizzazione e omologazione
Il termine globalizzazione è diventato una parola-chiave interpretativa del mondo contemporaneo e si riferisce ad un processo avviato da tempo ma esploso con particolare intensità in seguito all'enorme sviluppo delle tecnologie infotelematiche e dei sistemi generali di comunicazione.
Si tratta di un fenomeno trasversale che chiama in causa molti ambiti dell'attività umana, come la politica, la cultura, la tecnologia.
La globalizzazione ha messo in moto una fitta rete di interdipendenze e interconnessioni, un'economia articolata su scala mondiale e una cultura transnazionale: una rete globale che, oggi più che mai, convalida l'affermazione secondo la quale gli esseri umani sono ormai gli abitanti di un comune "villaggio globale".
Alla globalizzazione si collega un processo di omologazione culturale, con l'attenuazione delle specificità culturali espresse dai vari Paesi o regioni del mondo.
Coca-Cola, McDonald's e Barbie ci dicono che viviamo in un mondo caratterizzato da sempre maggiore somiglianza, dove l’ omologazione del mercato produce omogeneizzazione di prodotti e di immagini di massa (cibo, vestiario, modalità sociali e ludiche, strumenti di comunicazione.


Multiculturalismo
Il "multiculturalismo" ammette, e a volte valorizza, la compresenza delle diversità culturali.
Da una parte è la posizione di chi ritiene che ad ogni gruppo etnico vadano date risposte che salvaguardino la specificità delle differenti tradizioni culturali.
Non è raro il costituirsi di entità culturali separate che attraverso forme di "resistenza culturale" attuate dalle stesse minoranze tutelano le proprie tradizioni.
A volte, invece, alla formale accettazione della "molteplicità delle espressioni culturali" si accompagna la "presunzione di superiorità" della cultura dominante: si costituiscono allora forme di "separazione culturale", che creano una dinamica vincente-perdente.
Un esempio attuale di multiculturalismo è fornito dal modello statunitense che allude ad una mescolanza in cui ogni elemento si differenzia e si mantiene uguale a se stesso. Questo modello ha ormai soppiantato il tradizionale melting pot, modello per cui le diversità culturali pur formalmente accettate dovevano fondersi in una comune identità culturale fino a veder impallidire le specificità originarie.


I rischi connessi alla visione del multiculturalismo:

  • "Segregazione", 'apartheid culturale": questo modello segregativo (es.: Sud Africa nell'epoca dell'apartheid) propugna la separazione dei gruppi culturali con accessi differenziati da parte dei vari gruppi etnici alle risorse disponibili (es. la scuola); è una vera e propria "ghettizzazione". La società multiculturale si configura allora come "sistema di ghetti", che favorisce anche dall'insorgere di forme di marginalità.
  • Tolleranza dell'altro con le sue particolarità culturali, stigmatizzandolo però come "straniero", considerando la sua diversità come permanente e irriducibile.
  • Banalizzazione delle differenze; folklorizzazione delle culture: si evidenziano soprattutto gli aspetti esotico-folklorici che differenziano lo straniero, assumendo comunque un'interpretazione che richiama all'evoluzionismo culturale, che in realtà situa le altre culture ad un gradino inferiore rispetto al nostro modello occidentale.
  • Enfatizzazione-mitizzazione delle differenze: lo straniero piace e incuriosisce perché si intravedono in lui e nella sua cultura aspetti e valori che noi riteniamo perduti. Vengono enfatizzate e ricercate le differenze e si instaura una relazione che, in realtà, rischia di trascurare le molte dimensioni comuni che andrebbero invece riconosciute e rinforzate.


INTRODUZIONE AL FENOMENO DI IMMIGRAZIONE

ragazzo di coloreMonoculturalità: processi di esclusione e di assimilazione
La prospettiva "monoculturale" impone l'idea di uguaglianza come radicale neutralizzazione delle diversità.
In questa prospettiva le differenze etniche e culturali sono ritenute causa di pericoloso sgretolamento della società.
La prospettiva monoculturale si avvale di forme di governo basate sull'intolleranza, sull'espulsione, sull'esclusione (da parte di chi ritiene che le minoranze etniche devono semmai fare rientro nei loro paesi), o al massimo su un'assimilazione imposta.

Il pluralismo culturale, al contrario ammette (in certo modo) l'esistenza delle differenze etniche e culturali. Queste ultime, devono però esprimersi in ambito privato e non in quello pubblico. Un gruppo minoritario può così conservare alcuni dei tratti culturali specifici, ma gli viene richiesto di adeguarsi e di condividere un certo numero di valori e di norme comuni. Il pluralismo culturale pone l'attenzione sui diritti individuali, legittimati dal fatto che ogni essere umano, al di là della sua singolare appartenenza a un gruppo sociale, a una classe, a una razza, a un’ etnia, condivide con gli altri esseri umani una sostanziale uguaglianza. In questi casi viene attuata un'assimilazione temperata: si accetta l'altro in quanto soggetto di diritti universali, ma in realtà non si accetta la differenza; lo si riceve senza riserve né discriminazioni, ma in ogni caso è indotto a rinunciare a vari aspetti della sua personalità con l'adozione il più possibile integrale dei valori e dei comportamenti della società d'accoglienza.

L'assimilazione è stata per decenni la prevalente tipologia di integrazione proposta dai paesi occidentali di fronte al fenomeno migratorio.
Possibili aspetti positivi dell'assimilazione vanno individuati nella possibilità di apprendere senza eccessiva difficoltà la lingua e la cultura del paese d'immigrazione, e di stringere rapporti di amicizia e collaborazione con gli abitanti autoctoni. Questa modalità viene più facilmente praticata da ragazzi nati nella zona di immigrazione, per i quali non esiste un significativo legame affettivo con il paese d'origine. Ad accompagnare un simile processo di assimilazione, insorge spesso un acceso conflitto dei giovani con i genitori, a volte sottoposti a disistima e percepiti come persone perdenti in un contesto culturale che richiede altre modalità di partecipazione.
L'assimilazione culturale mantiene spesso una condizione comunque subordinata sul piano economico, sociale, psicologico, giuridico, ecc. Spesso l’ immigrato si trova a vivere in una società formalmente aperta ma culturalmente impermeabile.
E’ certamente positivo e del tutto giustificato il desiderio di ogni persona umana e di ogni identità culturale di preservare e valorizzare la propria specificità, la propria originalità, la propria differenza.

È altrettanto vero, tuttavia, che in molti casi il processo di individuale differenziazione assume forme discutibili e che vanno sottoposte ad un attento esame critico.



EDUCAZIONE ALLA DIVERSITÀ E AL PLURALISMO CULTURALE

La tolleranza è il punto di partenza per qualsiasi progetto di costruzione e di integrazione sociale.
La vita sociale è costituita da “individui sempre più individualizzati” e risulta sempre più difficile costruire legami solidali. Contemporaneamente la frammentazione culturale connessa ai fenomeni migratori planetari rinforza il sentimento di perdita e di disagio. L’ “altro”, in quanto “sconosciuto”, giustifica l'insorgere di un'incertezza esistenziale; l'irruzione dello straniero mette in moto una serie di congegni di difesa del nostro territorio, fisico e psicologico. Si moltiplicano le “recinzioni”, i “divieti di accesso”, le fortificazioni, gli steccati, le insegne di “proprietà privata”, i territori impraticabili, quelli riservati e quelli ghettizzati, quelli per i “turisti” e quelli per i “vagabondi”.

Ai fini di un cambiamento di prospettiva è necessario mettere in discussione le premesse indiscutibili del nostro modo di vivere, quelle che prevalentemente si fondano sulla centralità dell'io, individuale o collettivo: sono premesse che contribuiscono a caricare di disagio la vita personale e sociale e impediscono l'autentica comprensione del mondo.
È perciò necessario ridare luce e forza a quei fondamenti che possono rinsaldare i legami autentici tra gli esseri umani.
La questione centrale della nostra epoca è trovare l’ unità nella diversità: compito arduo, tentato molte volte nel corso della storia, ma presente più spesso nelle dichiarazioni d'intenti che in effettive realizzazioni: tra l'unità e la diversità non è mai esistita una vera e costruttiva reciprocità, perché sempre e alternativamente una ha ceduto il passo all'altra.

Si tratta di recuperare il senso di un percorso educativo-culturale-politico che possa coniugare le esigenze della persona, unica e irripetibile, e quelle dell'appartenenza alla comunità umana. Proprio l'educazione, ed in particolare l'educazione interculturale, è la base della formazione di questo essere umano planetario, seppur situato nel suo ambiente culturale specifico: un essere umano cosciente dell'interdipendenza delle dinamiche planetarie e, di conseguenza, capace di accettare le differenze culturali e di viverle positivamente, in una relazione dialettica che arricchisca il soggetto stesso e la società intera.

L'educazione interculturale mira quindi ad una coesione sociale che si fonda sulla convivialità delle differenze tra le persone e le culture, all'interno di una prospettiva etica e culturale che vede l'altro nella dimensione amicale e fraterna.

La società contemporanea in una prospettiva antropologica
Le relazioni fra locale/globale e fra cultura e identità che si realizzano nei «mondi contem­poranei» sono assai complesse.
In seguito alla globalizzazione economica e allo sviluppo delle tecnologie dei trasporti, un numero crescente di persone oggi sono messe nella condizione di potersi spostare da un paese all'altro o da un continente all'altro per le ragioni più diverse, ma soprattutto perché anche coloro che nascono, vivono o muoiono nel medesimo luogo, di fatto partecipano ad un processo di "dislocazione" collettiva attraverso le nuove tecnologie comunicative. La televisione, il telefono e la comunicazione via internet veicolano non solo informazioni, ma anche idee, rappresentazioni del mondo, linguaggi e ideologie. Tuttavia, se da un lato la forza delle immagini veicolate sembra legittimare la tesi della omologazione su scala planetaria degli stili di vita e delle identità, dall'altro, è bene chiedersi se la globalizzazione produca gli stessi effetti ovunque, chiedersi che cosa accada realmente nell'incontro fra locale e globale nei diversi contesti in cui gli uomini concretamente vivono.
Gli individui e i gruppi guardano le stesse cose ma non "vedono" esattamente le stesse cose perché le condizioni soggettive e i contesti locali sono assai diversi. Infatti a seconda delle condizioni storiche, linguistiche e politiche dei diversi gruppi in cui l'individuo è inserito l'esito della partecipazione a questi flussi comunicativi può produrre effetti assai differenti.

Centri e periferie
Se guardiamo la globalizzazione sotto il profilo culturale, possiamo affermare che i rapporti tra centri e periferie del mondo si rivelano oggi più complessi e variegati di quanto non apparissero qual­che decennio fa.

La globalizzazione innesca un processo trasformazione delle culture locali e di inglobamento dei nuovi elementi provenienti dall'esterno, di “ibridazione”.
Ci si appropria gradualmente di alcuni segmenti dei flussi culturali globali ibridandoli con elementi tradizionali.
La moltiplicazione delle opportunità di contatto e di scambio consentite dall'intreccio fra tecnologie del trasporto e della comunicazione elettronica, non sembra preludere alla omologazione bensì ad una crescita delle diversità.

Da un lato siamo coinvolti in processi uniformizzanti, dall'altro un numero sempre crescente di individui, gruppi e nazioni rivendica l'irriducibilità della propria identità ed il proprio diritto a viverla pienamente, ovvero separatamente.



IL RUOLO DELLA SCUOLA NELL'EDUCAZIONE ALL'INTEGRAZIONE

L’acquisizione del senso della propria appartenenza, è il presupposto necessario allo sviluppo del dialogo e del confronto con le altre culture.
Solo se si sarà capaci di passare dal dato di fatto della multiculturalità al valore dell'interculturalità, si realizzerà davvero un'educazione democratica, pluralista, ma al tempo stesso rispettosa delle differenze. Per questo è necessario che ciascun popolo evidenzi all'altro il suo credo e la sua storia, rifiutando l'idea di una marmellata di culture, che impoverirebbe il mondo.

Il presente ha smentito, quanto meno sul piano delle culture, il formarsi di un "villaggio globale". Al contrario, il contrarsi delle distanze fisiche in termini di tempi di percorrenza da un luogo all'altro del pianeta, ha reso più evidenti le differenze culturali, accentuando la sensibilità per la cultura di appartenenza.

Nel rapporto tra Noi e Loro, Io e l'Altro l'attenzione va posta a partire dal bisogno di relazioni stabili, che strategie puramente economiche in materia di mobilità rischiano di compromettere. La persona necessita di sentirsi parte di reti di relazioni non precarie, nella famiglia, nei rapporti interpersonali di amicizia o di vicinato, come nel gruppo di lavoro. Sono questi gli ambiti di relazione che danno senso al vivere.
Locale è l'ambito della tradizione, dell'educazione familiare, della prima accumulazione di memoria e di affinamento dei sentimenti; globale è lo scenario da cui ci raggiungono, con l’ immediatezza consentita dalle tecnologie contemporanee, gli stimoli generati altrove, sotto forma di esperienze d'ogni genere: musicali, letterarie, gastronomiche, economiche e spirituali. 
Se il radicamento nell'appartenenza comunitaria, della famiglia e della cultura locale, è un bisogno reale, lo scopo è quello, una volta rassicurati nella propria identità, di aprirsi al confronto e al dialogo fra tutte le culture, per scambiare il meglio del proprio patrimonio ereditario a beneficio dell'intera umanità.

Il multiculturalismo, così com'è attuato in tante parti del mondo non risolve tutti i problemi di discriminazione, ma ha comunque il merito di proclamare l'abolizione delle esclusioni, il valore della diversità e il rigetto dell'ineguaglianza. Aspetto importante per le società occidentali, dove, ad esempio, lo straniero immigrato è facilmente associato alla crescita della criminalità diffusa.

La scuola, in quanto fonte di formazione ed educazione, deve essere vista come luogo primario, insieme alla famiglia, di educazione alla diversità e alla multiculturalità, perché la diversità costituisce la ricchezza della vita, delle singole persone umane e delle società.

La scuola ha oggi alcuni fondamentali obiettivi da perseguire, fra i quali forse i più significativi sono:
1) garantire il successo formativo ossia la piena formazione della personalità ("pieno sviluppo della persona umana") (Art. 3, Cost.), intesa come formazione integrale, originale e massimale;
2) assicurare il successo formativo a tutti i singoli alunni, nessuno escluso;
3) riconoscere e valorizzare le diversità ("Le istituzioni scolastiche" riconoscono e valorizzano le diversità, promuovono le potenzialità di ciascuno adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo) (Art. 3, c. 1, D.P.R. 275/1999).

Sul versante delle scienze dell’educazione è oggi chiaramente acquisito il riconoscimento e la valorizzazione della diversità che con forza è riaffermato nel Regolamento dell’ autonomia scolastica: Le istituzioni scolastiche... riconoscono e valorizzano le diversità, promuovono le potenzialità di ciascuno (Art. 4, D.P.R. 275/1999).
Le politiche scolastiche mirano al riconoscimento ed alla valorizzazione della diversità dei singoli alunni (identità personale, sociale, culturale, religiosa, professionale) e sono finalizzate alla personalizzazione degli obiettivi formativi, delle strategie di apprendimento, dell’organizzazione didattica, dell’attività valutativa: una scuola a misura dei singoli alunni.



ETNICITÀ E RAZZISMO

L'etnicità è un processo culturale e non naturale: un processo attraverso il quale, in determinate condizioni storiche, politiche e sociali, un «gruppo si autoattribuisce una omogeneità interna e contemporaneamente una diversità nei confronti degli altri» (Fabietti, 2000).
Il processo di produzione di identità etnica comporta quasi sempre l'intervento attivo di leader politici che abbiano un qualche interesse ad attualizzare tale processo; una volta attivati questi processi, l'identità etnica viene vissuta non come un qualcosa che appartiene all'ordine dell'ideologia, ma a quello della realtà al punto che per essa si può arrivare ad uccidere e ad immolarsi in una qualche forma di martirio.

etnicitàAnche se oggi i razzismi sono sempre meno fondati su teorie esplicite che esaltano la “purezza”, sinonimo di superiorità culturale e sociale, resta il timore per il meticciamento, che talvolta diventa vero e proprio orrore della contaminazione culturale.
Dunque, più che di razzismo è legittimo parlare di razzismi, nelle varie forme che il fenomeno ha assunto attraverso il tempo, adattandosi a contesti diversi, rinnovandosi e riciclandosi.
Fin dal secondo dopoguerra, l'Organizzazione delle Nazioni Unite si è pronunciata con chiarezza contro il razzismo. L'UNESCO, proponendosi di sostenere la conoscenza reciproca dei popoli e la diffusione dei dati scientifici che scalzavano gli stereotipi da cui sorgeva il razzismo, aveva emesso il 18 luglio 1950 un documento essenziale contro i pregiudizi e le discriminazioni conseguenti.
Il patrimonio dell'umanità è cresciuto attraverso gli scambi e i meticciamenti, nella competizione culturale fra i gruppi etnici.
La dinamica interculturale non si è mai interrotta. Ciò nonostante, nel furore dell'intolleranza, continuano a manifestarsi forme di negazione del dialogo fra gruppi portatori di culture diverse. Certo non più nelle forme deliranti che aveva assunto talvolta il furore razzista, magari antiebraico.

Alla base, comune ad ogni razzismo, sta comunque una concezione etnocentrica che vede nel separatismo etnico una condizione naturale, irrinunciabile, fondata sull'incomunicabilità delle culture.

Chi è un 'immigrato"
Chi si è stabilito, specie a scopo di lavoro, in un paese straniero o in una regione del proprio paese lontana da quella in cui è nato. 

Le cause delle nuove migrazioni internazionali dai Paesi in Via di Sviluppo

  • Esplosione demografica
  • Aumento della popolazione in età di lavoro
  • Deterioramento delle condizioni di vita. Attualmente i Paesi sviluppati con il 18% della popolazione mondiale, detengono oltre l’ 80% delle risorse del pianeta. Le duecento famiglie più ricche hanno un reddito pari a 3 miliardi di persone. Oltre un miliardo di persone soffrono la fame che falcia trenta milioni di individui all'anno.
  • Repressioni politiche, guerre, lotte civili e religiose
  • Degrado ecologico
  • Fascino di un benessere ritenuto facilmente raggiungibile così come viene propagandato dai mass media televisivi dei Paesi Sviluppati (l"87% dei programmi nei Paesi in via di sviluppo è importato)
  • Domanda di manodopera "non protetta" anche e soprattutto per i lavori più umili ed a rischio


IL MEDIATORE CULTURALE

Il Mediatore culturale è un operatore che facilita gli immigrati e i membri delle minoranze etniche ad eccedere ai servizi pubblici. Di solito è lui stesso un immigrato o una persona che ha un’esperienza di vita plurietnica.

Il Mediatore culturale è una figura nuova, richiesta soprattutto in quei contesti, come le istituzioni educative (scuole, associazioni), quelle sanitarie (ospedali e servizi sociali), giudiziarie (carceri, tribunali), dove è avvertita con maggiore urgenza la necessità di mediare tra culture diverse.

Questa figura favorisce il positivo inserimento degli immigrati nella società e mira alla realizzazione delle pari opportunità dei cittadini stranieri nei vari ambiti sociali.

Il primo livello d’intervento del mediatore è quello della mediazione linguistica, ma conoscendo la cultura degli immigrati, il mediatore è in grado anche di interpretarne i bisogni e di fornire risposte efficaci che permettano ai soggetti di comprendere la cultura, gli usi e i costumi italiani e le opportunità offerte dai diversi servizi pubblici presenti sul territorio, come cercare una casa e un lavoro, conoscere le modalità di accesso ai servizi sociali, sanitari, etc.

Il mediatore, nel caso di un ragazzo straniero appena arrivato ed iscritto a scuola, deve facilitare la comunicazione con insegnante e compagni e poi dare supporto per favorire una comprensione reciproca oltre le differenze culturali.

L’azione del mediatore culturale è finalizzata a valorizzare e rispettare le diversità.



POLITICA E IMMIGRAZIONE

Ecco alcune iniziative sociali e politiche riguardanti l’immigrazione in Polesine dagli anni ’90 ad oggi

Informaimmigrati
Nel 1996 viene aperto lo sportello Informaimmigrati del comune di Rovigo, gestito da un operatore nigeriano - il dottor Solomom Obazee, a coprire le richieste degli immigrati di Rovigo (498) ma a cui fanno riferimento anche tutti gli immigrati della provincia che sono arrivati a quota 1500.
Il 18 ottobre nasce l'associazione Nigeriani in Polesine.


Nel 1998 nasce l'associazione “el Massita” di marocchini in Polesine ed inizia una serie di interventi di mediazione culturale nelle scuole della provincia organizzato da Biancoenero col Centro Doc. Polesano ed il Cies di Ferrara. A livello nazionale, e locale, parte il progetto "Chiama l'Africa" per far conoscere l'Africa in Italia a 50 anni dalla proclamazione dei Diritti Umani (ONU, 10 dicembre 1948) ed a 500 anni dalla prima colonizzazione dell'africa (1498: Vasco de Gama doppia il capo di Buona Speranza). Il 1998 è l'anno della legge Turco-Napolitano (Legge 6 marzo 1998, n. 40) che regolamenta l'immigrazione in senso più positivo delle precedenti ma lascia ampie lacune sui diritti civili (istituisce, ad esempio, i Centri di Permanenza Temporanea per immigrati irregolari).


Dell’anno 1999 l'elezione del Consigliere Comunale aggiunto per gli stranieri extracomunitari del comune di Rovigo, con solo diritto di parola. Parte la Consulta per l'immigrazione della provincia di Rovigo che vede riunite, allo stesso tavolo, associazioni di volontariato ed istituzioni.


Anno 2000
Continuano i corsi di lingua italiana per immigrati organizzati dai CTP, Centri Territoriali Permanenti, a Rovigo e provincia. Alle scuole elementari di Villadose continua l'esperienza dei mediatori culturali, per una cultura delle differenze. Il Centro di Servizi Formativi, Enaip, di Rovigo organizza corsi di formazione professionale per giovani immigrati dai 15 ai 18 anni. Il comune di Rovigo organizza il primo corso per mediatori culturali. Aprono gli sportelli Informaimmigrati di Castelmassa e Badia Polesine. A Badia Polesine, in convenzione con l'asl 18, apre un'unità di Accoglienza per 20 richiedenti asilo (dal Kurdistan e dall'ex-Jugoslavia). Da qui si sviluppa il progetto "richiedenti asilo" che vedrà il comune di Rovigo diventare capofila, dal 2001, nella gestione dei rifugiati politici inviati in Polesine da altre province, aderendo al Piano Nazionale Asilo del governo italiano.


Anno 2001
Il 19 luglio a Genova, promossa dal Social Forum, si tiene la manifestazione nazionale (la prima per partecipazione) per i diritti dei migranti con oltre 50.000 persone. "Babilonia: genti e culture del mondo" di Gavello, con annesso il torneo Biancoenero, giunge alla VIII edizione. Il 29-30 settembre si tiene a Rovigo la seconda "Festa dell'immigrazione" promossa dalla Consulta Provinciale. Partono a ottobre i corsi di lingua italiana per immigrati che, attraverso i tre CTP, vengono estesi a tutto il Polesine: Badia Polesine, Gaiba, Castelmassa, Rovigo, Adria.


Anno 2002
A Rovigo arrivano 350 milioni per progetti che riguardano il lavoro, la casa, la cultura e la formazione professionale degli immigrati. Con quello di Polesella salgono a quattro gli sportelli Informaimmigrati della provincia (Castelmassa, Badia Polesine, Adria).

LEGGE BOSSI-FINI: luglio 2002
L"11 luglio viene approvata la legge-sanatoria sull'immigrazione che prende il nome dai due capofila: "Bossi-Fini". Una legge che va a regolarizzare, a distanza di sette anni dalla "sanatoria" Dini, gli immigrati irregolari presenti sul territorio nazionale, ma molto discussa sul piano dei diritti.


L’Anno 2003 vede la costituzione della Rete Provinciale Informaimmigrati, che mette in sinergia gli sportelli di: Castelmassa, Badia Polesine, Rovigo, Polesella, Ceregnano, Adria.
Con la "sanatoria" Bossi-Fini del 2002 aumentano di circa un terzo gli immigrati residenti in Polesine e cambia la composizione stessa dei cittadini extracomunitari. Ai 4300 presenti si aggiungono i 1700 regolarizzati: 920 lavoratori dipendenti, 880 collaboratrici domestiche, "badanti", che vengono soprattutto dai paesi dell'est Europa.
A Rovigo nasce la cooperativa mediatori culturali Hope con mediatori, a coprire tutte le lingue ed etnie per servizi istituzionali.
Sul tema delle regolarizzazioni e dei permessi di soggiorno la "Rete provinciale a difesa dei diritti degli immigrati", costituita fra associazioni a tutela degli immigrati, incontra il Prefetto della città: è la prima volta che rappresentanti di immigrati sono a confronto con la massima autorità governativa del Polesine.
Il 7 novembre 2003 la giunta comunale sopprime definitivamente la figura del Consigliere Comunale Aggiunto per extracomunitari.
A fine trimestre 2003 si registra il solito, significativo, aumento delle imprese di extracomunitari presso la camera di Commercio di Rovigo mentre a livello nazionale si registra il solito incremento di infortuni sul lavoro, subordinato, che riguardano soprattutto gli immigrati.

Regolarizzazione immigrati con la Bossi-Fini
La regolarizzazione voluta dalla legge Bossi-Fini ha rivoluzionato la graduatoria dei paesi d'origine degli immigrati in Italia. 650.000 persone (corrispondono alla quota dei flussi d'ingresso registrati negli ultimi sei anni), quasi un terzo degli immigrati regolari in Italia. Il 60% delle 650.000 regolarizzazioni proviene dall'europa dell'est e la maggior parte dei soggiornanti è venuta al di fuori dei canali ufficiali di ingresso. Gli immigrati regolari in Italia sono diventati 2 milioni e mezzo e la categoria della "collaborazione familiare", badanti, è diventata la più numerosa tra i lavoratori immigrati.
Sono i rumeni, seguiti a breve distanza dagli ucraini, i lavoratori al primo posto per numero di regolarizzazioni della sanatoria Bossi-Fini. Per quanto riguarda la nazionalità figurano ai primi posti Romania (239.426 lavoratori) Albania (233.616), Marocco (227.940), Ucraina (112,202), Cina Popolare (100.000), Filippine (73.847), Polonia (65.847, Tunisia (70.852), USA (48.286), Senegal (47.762), India (47.170), Peru" (46.964), Ecuador (45.859), Serbia-Montenegro (45.302), Egitto (44.798), Moldavia (36.3661) e altri.

Immigrati nel carcere di Rovigo
Sono circa un terzo del totale i detenuti stranieri nelle carceri italiane. I dati, di fine anno 2003, nel carcere di Rovigo sono i seguenti: 72 uomini (21 extracomunitari) e 21 donne (10 immigrati) per un totale di 93 persone. Gli extracomunitari rappresentano, quindi, una percentuale del 34%, in linea con la media nazionale, e provengono da: Tunisia, Marocco, Cina, Albania, Romania, Ex-Jugoslavia.


Anno 2004
Nell'anno 2004 è da segnalare il boom dell'apertura di negozi “african market”, con prodotti africani, servizi di telefonia e di spedizione denaro. All'inizio questi negozi sono tenuti solo da nigeriani ma negli anni successivi verranno gestiti anche da tunisini e cinesi.


Anno 2005
La comunità cinese dopo anni di "celata" presenza comincia a farsi più visibile anche per i bambini (sopraggiunti con i ricongiungimenti familiari) che frequentano la scuola e fanno da "ponte" fra famiglie e società ospitante. I Cinesi a poco a poco aprono negozi di prodotti nazionali e di prodotti di vario tipo, anche bar e "phone center" per chiamate internazionali.
Con 250.000 abitanti complessivi della provincia, gli immigrati regolari sono 8100: Marocco 1750, Albania 1365, Cina 1324, Romania 622, Ucraina 404, Polonia 314, Nigeria 299, Moldavia 250. Ma mettendo assieme gli immigrati dell'est (Romania, Ucraina, Polonia, Moldavia, Russia, Slovacchia) si ottiene un nuovo primo posto virtuale di 1760 persone formato soprattutto da badanti.
Le badanti sono il nuovo fenomeno dell'immigrazione in Polesine ed in Italia. Soprattutto dal punto di vista legale in quanto la maggior parte di esse è irregolare, lavora in "nero" e non può usufruire del minimo servizio.

Alunni stranieri in Polesine
Nel 2005 gli alunni stranieri iscritti nelle scuole della Provincia di Rovigo sono 1311 e rappresentano ormai il 3,5% della popolazione studentesca. Su una popolazione studentesca complessiva che continua a scendere, l'incremento annuo degli immigrati nell'ultimo biennio sfiora il 30%. Una situazione in costante evoluzione che potrà presentare problemi di programmazione didattica se non si appronteranno progetti di integrazione mirati.

Immigrati in Polesine
Nel Polesine di fine anno 2005 tante sono le nazionalità rappresentate: dai Paesi Bassi alla Nuova Zelanda, dal Giappone all'argentina, dalla Sierra Leone al Messico. Gli ultimi dati della Questura di Rovigo registrano un totale di 9489 cittadini stranieri (fra extracomunitari e comunitari) nella provincia: erano 8551 a fine 2004. Al primo posto la comunità marocchina, seguita da quella cinese, che ha sorpassato quella albanese. A seguire: Romania, Ucraina, Polonia, Nigeria e Moldavia.

Quasi tre milioni gli immigrati in Italia nel 2005. L'incidenza sulla popolazione è vicina alla media europea (5%), anche se ancora lontana dal 9% di Austria e Germania. Dunque una presenza divenuta sempre più rilevante nella società italiana. È il quadro delineato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nel Dossier Immigrazione 2005. Si rileva inoltre una crescente tendenza alla stabilità di residenza - con circa il 60% della popolazione straniera soggiornante da più di 5 anni e 320.000 immigrati che, nel corso di questi anni, hanno acquisito la cittadinanza italiana e un crescente fabbisogno di forze lavoro aggiuntive da parte del mercato occupazionale italiano, con un'incidenza dei lavoratori immigrati vicina all’ 8% delle forze lavoro.

Se gli anni ‘90 sono stati caratterizzati da una sensibilità sociale, improntata all'accoglienza, che ha coinvolto soprattutto le associazioni di volontariato, gli anni 2000 vedono scendere in campo i partiti e la "politica" a fagocitare il settore immigrazione. Una partitica che vede nascere e proliferare assessorati alla Pace ed all'immigrazione che non si rifanno alle passate esperienze o alle associazioni preposte ma fagocitano, appunto, l'esistente per dirimerlo nell'ottica partitica (di appartenenza) di quegli anni. Anche i soldi, si pensi ai 12 miliardi di lire erogati dalla Regione Veneto nel 2001-2003 per iniziative nel settore dell'immigrazione, giocano il loro ruolo e la "questione" immigrazione diventa così gestita dai partiti e dalle istituzioni che perdono i contatti con la base sociale che fino ad allora aveva dato una impronta umanitaria alla questione. E così il volontariato idealista tende a scomparire per essere sostituito da associazioni più legate ai partiti, ai contributi ed alle convenzioni.