DIRITTI E DOVERI PER UNA SOCIETÀ DELLA "CONVIVENZA CIVILE"

Le fondamenta del vivere civile: diritti, doveri e responsabilità personale

LIn uno stato democratico - in uno stato quindi in cui tutti partecipano, anche se indirettamente, al funzionamento della “vita pubblica”, le “regole condivise” sono di fondamentale importanza per il “vivere comune”. Ma per far sì che le regole non vengano ignorate o violate, e affinché la giustizia funzioni correttamente, occorre capire il senso profondo che le sottende.
Il presupposto indispensabile affinché questo avvenga, affinché il sistema di regole esplicite ed implicite, che regolano il sociale, vengano non imposte, ma realmente condivise, è che tutti i cittadini riconoscano il valore dell’altro, e che quindi ad ognuno vengano assegnati uguali diritti ed uguali doveri.

E affinché le regole vengano colte nella loro importanza, occorre che ci sia un’azione di informazione e di sensibilizzazione - a livello istituzionale, scolastico, familiare - soprattutto nei confronti dei giovani.

Soltanto riscoprendo i valori a cui si ispirano le regole che stanno alla base della convivenza civile, ovvero i diritti e i doveri, le libertà e limiti di azione di ogni individuo, è possibile instaurare una vera e propria cultura del RISPETTO DELLA DIGNITÀ UMANA.
E soltanto attraverso la tutela dei diritti fondamentali, si può aspirare ad una società che dia ampio spazio al confronto e alla collaborazione - a livello personale, sociale, politico e civile; ad una società più giusta e più serena, in cui si possa vivere una condizione paritaria e in cui la legge sia uguale per tutti.

Di fondamentale importanza, in questo senso, sono le “Carte” che prospettando un modello di convivenza orientato al riconoscimento del valore dell’altro, regolano il vivere sociale e civile delle Nazioni e sono depositarie della legalità di tutte le altre norme giuridiche.
Prima tra tutte, la Dichiarazione dei Diritti Umani, che pone le basi del tessuto normativo a livello mondiale.
La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea - su scala europea e la Costituzione Italiana - su scala nazionale.

I DIRITTI UMANI IN EUROPA E NEL MONDO

I metodi attualmente a disposizione sono diversi, ed è importante che ogni coppia utilizzi quello che preferisce.
In ogni rapporto sessuale occasionale va sempre usato il profilattico, perchè così ci si protegge, non solo dalla gravidanza, ma anche dal contagio di malattie gravi, quali l'epatite virale e l'AIDS.
Il primo rapporto sessuale è a rischio come tutti gli altri, è quindi necessario usare i contraccettivi fin dalla prima volta!

La Dichiarazione Dei Diritti Umani


Mrs. Eleanor Roosevelt presenta la Dichiarazione (1948)Mrs. Eleanor Roosevelt presenta la Dichiarazione (1948)

EDUCARE ai diritti umani è fondamentale, perché ogni essere vivente, in quanto tale, è depositario di diritti.
In una società civile, al fine di poter creare i presupposti per una cultura della comprensione e del rispetto reciproco, è necessario che le persone assumano opinioni, atteggiamenti e comportamenti rispettosi nei confronti di se stessi e degli altri.

La Dichiarazione universale dei diritti umani è un codice etico fondamentale che sancisce i diritti universali dell’essere umano, firmato a Parigi il 10 dicembre 1948. Promossa dalle Nazioni Unite perché avesse applicazione in tutti gli stati membri, venne redatta quindi alla fine della seconda guerra mondiale. Di fronte all’orrore provocato dalla guerra, si cercò di attestare l’importanza dei diritti dei popoli: per la prima volta la comunità internazionale si assunse la responsabilità della tutela e della promozione dei diritti, fondamentali alla convivenza. Fu così che, dalla violenza, scaturì una forte affermazione della dignità inviolabile dell’uomo.
La Dichiarazione è composta da un preambolo e da 30 articoli che sanciscono i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali e culturali di ogni persona.
Il preambolo enuncia le cause storiche e sociali che hanno portato alla necessità della stesura della Dichiarazione.
Gli articoli suddividono i diritti dell'individuo in due grandi aree: i diritti civili e politici e i diritti economici, sociali e culturali: stabiliscono i concetti basilari di libertà ed eguaglianza, i diritti individuali e i diritti dell'individuo verso la comunità; le "libertà costituzionali", quali libertà di pensiero, opinione, fede e coscienza, parola, associazione pacifica dell'individuo.
Il primo articolo della Dichiarazione dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea asserisce che:
“La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.”

La dignità della persona umana è dunque il principio alla base di tutti i diritti fondamentali. Questo principio è perfettamente delineato nel preambolo: ciò significa che nessuno dei diritti sanciti può invalidare questo principio, minando la dignità della persona umana.

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;
L'ASSEMBLEA GENERALE proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Visualizza il Testo integrale della Dichiarazione dei Diritti Umani in formato pdf

La Carta Dei Diritti Fondamentali Dell’unione Europea
La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, sottoscritta a Nizza il 7 dicembre 2000 dai Presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione a nome delle rispettive Istituzioni, riprende in un unico testo, per la prima volta nella storia dell'Unione europea, i diritti civili, politici, economici e sociali dei cittadini europei e di tutte le persone che vivono sul territorio dell'Unione.
Questi diritti sono raggruppati in sei grandi capitoli:

  • Dignità
  • Libertà
  • Uguaglianza
  • Solidarietà
  • Cittadinanza
  • Giustizia

Il PREAMBOLO sottolinea i valori fondamentali sui quali poggia la “Carta”

“I popoli europei nel creare tra loro un'unione sempre più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni.
Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l'Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell'Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia.
L'Unione contribuisce al mantenimento e allo sviluppo di questi valori comuni, nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli europei, dell'identità nazionale degli Stati membri e dell'ordinamento dei loro pubblici poteri a livello nazionale, regionale e locale; essa cerca di promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile e assicura la libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali nonché la libertà di stabilimento.
A tal fine è necessario, rendendoli più visibili in una Carta, rafforzare la tutela dei diritti fondamentali alla luce dell'evoluzione della società, del progresso sociale e degli sviluppi scientifici e tecnologici.
La presente Carta riafferma, nel rispetto delle competenze e dei compiti della Comunità e dell'Unione e del principio di sussidiarietà, i diritti derivanti in particolare dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dal trattato sull'Unione europea e dai trattati comunitari, dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, dalle carte sociali adottate dalla Comunità e dal Consiglio d'Europa, nonché i diritti riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee e da quella della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.

La Costituzione Italiana

Riportiamo alcuni frammenti significativi tratti dall'intervento del Presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, all'Università La Sapienza il 24 gennaio2006 dal titolo "La nostra Costituzione, il nostro passato, il nostro futuro", che illustrano l’importanza della Costituzione nella tutela della pace tra i popoli, nonché l’importanza della partecipazione personale nella costruzione del sociale.

“Le Costituzioni non sono piccole leggi: sono norme che rappresentano la piattaforma su cui un popolo vive, tesse le sue relazioni e con cui cerca la libertà e la giustizia, finalizzate anche alla pace interna di un popolo. Dove si aprono rapporti con altri popoli per migliorare vicendevolmente le posizioni economiche, culturali, linguistiche, perché una conoscenza più ampia tende alla pace. Tende alla pace!
La guerra è la distruzione della persona umana nella sua dignità e nei suoi diritti! 
Il diritto internazionale riconosce solo la legittima difesa, perché non si potrebbe chiamare diritto se riconoscesse la legge di aggressione. Sono concetti che non riescono ad andare insieme. La legittima difesa deve avere le stesse condizioni che ha per le persone private, cioè che l’offesa sia in atto e che la difesa sia proporzionata all'offesa. Se mi aggredisce uno che ha in mano un bastone ed io con un’arma automatica gli sparo una raffica, mi pare impossibile dire che c’è equilibrio tra quel bastone che  sta per usare e la mia raffica che lo fa fuori prima che si muova. Questo vale anche nel rapporto fra gli Stati e fra i governi.
Fatta questa premessa, l’Assemblea Costituente è nata da una base semplice. C’è stata la dittatura, è durata più di vent’anni, ha portato la guerra: questo è fatale.
La dittatura ha bisogno della guerra e dello sterminio. Per la prima volta nella storia ci sono stati più morti civili che militari, con i bombardamenti sulle popolazioni.
Oggi si torna sul tema, si riprende a discutere.
Oggi ritorna il tema dei bombardamenti sulle popolazioni - chiunque li abbia fatti, perché la guerra è sempre fatta così, da tutte le parti – e ci si chiede: bombardare le popolazioni civili è terrorismo o è guerra? Rispondo: alla guerra o si dice “no” o non se ne esce. Perché la guerra porta la degenerazione obbligatoria, fatale, irresistibile e distrugge la persona umana.”

Le istituzioni della dittatura avevano un punto chiaro: anziché essere elette, erano nominate dall’alto.
Se democrazia è “governo di popolo”, e se nessuno vuole che questo popolo governi dalla piazza, qual è il punto fondamentale? Che questo popolo possa eleggere liberamente, segretamente, personalmente e con pari dignità i suoi rappresentanti, che ne hanno la fiducia e diventano il Parlamento, la colonna portante.
(…) L’attuale Costituzione prevede un Parlamento che dà il voto di fiducia al Governo e può dargli il voto di sfiducia con il quale lo manda a casa: c’è un rapporto Parlamento-Governo che determina un dialogo permanente.
(…)
La partecipazione del cittadino alla vita pubblica, il “peso” del cittadino nella vita pubblica è un diritto fondamentale che qualifica una democrazia.
Vorrei che ogni cittadino sentisse “mia” la Costituzione, perché è mia. La devo vivere io, è affidata alla mia persona, è affidata alla mia intelligenza, è affidata al mio cuore, al mio amore, è affidata a me!
Questo viene chiesto a ciascuno e soprattutto a voi giovani: volete essere i custodi di questa Carta costituzionale?
A voi la risposta per quanto amate la Costituzione, per quanto amate i valori della libertà, per quanto ricordate che questa Carta è nata da tanto sangue, da tante sofferenze della lotta di Liberazione.
Vogliamo ricordare le nostre radici?
Questa è la responsabilità di ciascuno di noi; questa in particolare è la vostra: siatene degni. E' per la libertà, è per l’Italia.

(fonte: www.laboratorioperlapolis.it)

 

Per una cultura dei doveri  e dei diritti umani

A cura di Flavio Lotti, Coordinatore Nazionale della Tavola per la Pace

A cosa pensiamo quando parliamo di diritti umani? Quando parlo di diritti umani, io penso innanzitutto ai corpi scheletriti di milioni di persone affamate dal cinismo e dall’egoismo.
Quando parlo e penso ai diritti umani, penso ai corpi straziati dall’ultima bomba che è caduta a Gaza e nelle tante, troppe altre guerre che continuano nel mondo.
Penso ai volti disperati di tutto quel fiume di gente in fuga da Goma, di quelli che sono imprigionati in Iraq, in Afghanistan, in Darfur, in Cecenia, in tante altre parti del mondo. Penso al volto di tutti quelli che riescono ad arrivare sulle nostre coste dopo aver attraversato in maniera incredibile l’Africa e il Mediterraneo e cerco di immaginarmi anche il volto di quelli che non ce la fanno ad arrivare o che vengono respinti dalle navi italiane nelle braccia degli sfruttatori. Penso a tutte quelle persone che pagano le tasse nel nostro paese e che faticano ad ottenere anche solo il permesso di soggiorno. Penso a chi si sente uno zero, a chi semplicemente si sente uno zero perché gli hanno detto che non vale niente. Penso agli anziani che si sentono soli, abbandonati dopo aver lavorato una vita duramente. Penso ai poveri e ai senza casa. Penso alle famiglie che fanno fatica ad arrivare alla terza e alla quarta settimana. Penso a chi ha perso il lavoro, a chi teme di perderlo e a chi teme di non riuscire a trovarlo.
Penso a chi vive nella paura imposta dalla mafia, dalla criminalità organizzata e dall’illegalità.
Penso a tutti coloro che hanno perso o rischiano la loro vita per cercare di difendere i diritti umani.
Se vogliamo parlare di diritti umani, dobbiamo fermarci per un attimo e pensare a loro. Alle persone, a queste persone… Intensamente. Quando parlo di diritti umani penso alla distanza che ancora esiste tra le parole scolpite nella Dichiarazione Universale dei diritti umani e nella nostra Costituzione e la realtà di tutti i giorni.
Quei testi restano per noi un faro unico e insostituibile e ci consentono di misurare, in ogni momento, la distanza tra il paese, il mondo che vorremmo e che sappiamo essere possibile e la realtà di tutti i giorni.


Dove sta il problema?

Il problema principale sta nella crisi della politica. Se tutti i principi elencati nella Dichiarazione Universale dei diritti umani e nella nostra Costituzione non sono ancora stati realizzati, è perché c’è una grande responsabilità della politica.

Per oltre cinquant’anni ci hanno detto che era colpa della guerra fredda e durante la guerra fredda era impossibile realizzare il rispetto dei diritti umani. Poi, venti anni fa, alla fine del 1989, è caduto il muro di Berlino ed è arrivata l’era della globalizzazione. Un tempo in cui abbiamo visto che chi era ricco è diventato ancora più ricco e chi era povero è diventato ancora più povero. E di diritti umani si continua a parlare poco e male. Intanto, il mondo sta diventando un posto sempre più fragile, violento, ingiusto e insicuro. Un posto in cui crescono le sofferenze delle persone, le disuguaglianze, le ingiustizie, lo sfruttamento, l’esclusione, l’illegalità, le violazioni dei diritti umani, l’intolleranza, il razzismo, l’impoverimento, la disoccupazione, la precarietà e la violazione dei fondamentali diritti del lavoro, la devastazione ambientale e la distruzione delle risorse naturali, la mercificazione dei beni comuni universali, il ricorso alla violenza, alla guerra e alla giustizia “fai-da-te”, i traffici di ogni tipo di arma.
Per questo si diffondono tra le persone, anche nel nostro paese, preoccupazione e insicurezza, risentimenti, nazionalismi e conflitti e, allo stesso tempo, si aggrava l’indifferenza e l’egoismo.

E allora ci domandiamo: Ma io cosa posso fare?

Il 7 ottobre 2007, alla vigilia dell’Anno dei diritti umani proclamato in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, duecentomila persone hanno marciato insieme da Perugia ad Assisi impegnandosi a promuovere “Tutti i diritti umani per tutti”.
Sull’appello della Marcia Perugia-Assisi, promossa dalla Tavola della pace e da centinaia di associazioni ed Enti Locali, c’è scritto:
“I diritti umani non sono soltanto valori altissimi, essi sono il nome giuridico dei bisogni vitali delle persone e si propongono come obiettivi concreti della politica da perseguire a tutti i livelli, da quello locale a quello nazionale, europeo e internazionale, dalle nostre città fino all’Onu. I diritti umani costituiscono il nucleo centrale della legalità in un mondo alla ricerca affannosa di governabilità umanamente ed ecologicamente sostenibile. Essi sono la bussola legale, politica, morale per fronteggiare la grande crisi planetaria che sta colpendo centinaia di milioni di persone e minaccia la sopravvivenza dell’intera umanità. Sui diritti umani non si possono fare sconti a nessuno. C’è una responsabilità per tutti. Promuovere “tutti i diritti umani per tutti” vuol dire realizzare la Città inclusiva, in una Europa e in un mondo inclusivi; vuol dire democratizzare e rafforzare le legittime istituzioni sopranazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, sviluppando la democrazia e una governabilità globale che, in base al principio di sussidiarietà, valorizzi in maniera crescente la partecipazione diffusa dei cittadini, delle loro organizzazioni sociali e sindacali e degli Enti di governo locale e regionale.

Promuovere “tutti i diritti umani per tutti” vuol dire impegnarsi a costruire la pace laddove le guerre e il terrorismo uccidono ma anche dove sono la miseria, lo sfruttamento e l’ingiustizia a distruggere la vita e la dignità umana.
Promuovere “tutti i diritti umani per tutti” vuol dire sfidare l’idea che alcuni diritti possano essere separati dagli altri, che i diritti politici e civili possano essere separati dal diritto al cibo, all’acqua, ad un lavoro dignitoso, a vivere in un ambiente sano o al riconoscimento delle diversità; vuol dire respingere l’idea che i diritti di alcune persone o popoli possano essere sacrificati in nome della sicurezza, dello sviluppo o degli interessi dei più ricchi, dei più forti o dei più aggressivi.”

Va bene, direte voi, ma: da dove possiamo cominciare?

"Dove cominciano i diritti umani universali? In posti piccoli, vicini a casa  - così piccoli e così vicini che non sono riportati su nessuna delle carte del mondo. Eppure questi posti sono il mondo di ogni persona: il quartiere in cui vive, la scuola che frequenta, la fabbrica, il campo o l'ufficio in cui lavora. Sono questi i posti in cui ogni uomo, ogni donna, ogni bambino cerca una giustizia equa, pari opportunità, uguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non significano niente là, significheranno ben poco ovunque. Senza l'attività svolta dai cittadini interessati per sostenerli a livello locale, la nostra ricerca di un progresso nel più vasto mondo sarà vana".
Sono le parole di Eleanor Roosevelt, moglie del Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, pronunciate nel 1958, nel decimo anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani che aveva contribuito a scrivere.

I diritti umani cominciano dunque dai luoghi in cui viviamo, dalle nostre città. Per questo noi tutti, se vogliamo fare qualcosa per i diritti umani, dobbiamo impegnarci a costruire le città dei diritti umani.

Le città sono il posto dove si scaricano tutte le tensioni e i problemi del mondo. E in un mondo che si carica tutti i giorni di tensioni irrisolte, le città pagano inevitabilmente il prezzo più alto. La crisi globale è già entrata nelle nostre città ma molti degli effetti peggiori devono ancora arrivare. L’insicurezza planetaria è cominciata a diventare l’insicurezza delle nostre città. La paura del domani che accomuna milioni di esseri umani è sempre di più anche la paura di tanti giovani e cittadini. Per questo, le città, i luoghi dove vive la gente, il cuore vitale dell’Italia, dovrebbero essere al centro delle preoccupazioni di tutti, governo e parlamento compresi. E invece, le città sono sempre più spesso caricate di responsabilità ma spogliate di strumenti operativi, bersaglio di tagli indiscriminati di risorse, mentre ai sindaci viene chiesto di trasformarsi non in costruttori di pace ma in ragionieri, notai e sceriffi. Impegnarsi a costruire le città dei diritti umani vuol dire scegliere la strada giusta per uscire dalla grave crisi economica, sociale, ambientale ed etica che stiamo attraversando.

Al centro delle città dei diritti umani non ci sono gli interessi di qualcuno, non ci sono gli affari di alcuni gruppi di potere, non ci sono i mattoni ma le persone, tutte le persone che vivono nella città con i loro fondamentali bisogni umani, rispettando il principio di legalità e uguaglianza scolpito nel primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti umani e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Sindaci, Presidenti, Assessori, consiglieri e tecnici non sono chiamati a guidare e a gestire dei Comuni ma delle Comunità.

Nelle città dei diritti umani non si può parlare di diritti umani senza parlare di responsabilità. Ad ogni diritto umano corrispondono delle responsabilità. Gli Enti locali sono le istituzioni più vicine ai cittadini ed hanno la responsabilità primaria di garantire e difendere i diritti fondamentali di tutte le persone che vivono, anche temporaneamente, nella città e di coloro che verranno dopo. Essi hanno la responsabilità di proteggere le persone e in particolare quelle più vulnerabili, le più deboli e le più esposte alle violazioni della dignità e dei fondamentali diritti umani.

Nelle città dei diritti umani c’è una responsabilità per tutti. Per i sindaci, presidenti, assessori, consiglieri e tecnici degli enti locali, ma anche per tutti i cittadini che sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della comunità. Difficilmente gli uni possono essere efficaci senza un impegno coerente degli altri. Il sindaco deve essere il difensore dei diritti fondamentali di tutte le persone, il garante dei diritti e delle responsabilità di ciascuno.

Le città dei diritti umani hanno le porte aperte, perchè attraverso di esse “passano non solo i grandi ideali della pace, della cultura, della spiritualità, della bellezza e della speranza, ma passano anche i grandi flussi finanziari, economici, turistici, commerciali che vengono da ogni angolo della terra, che sono capaci di assicurare ai loro abitanti, col lavoro, la sicurezza, dignità sociale ed economica.”

Le città dei diritti umani hanno il cuore e gli occhi aperti sul mondo, promuovono e organizzano interventi di solidarietà e cooperazione internazionale contro la miseria, le guerre e la violazione dei diritti umani, difendono i beni pubblici globali e promuovono la legalità e la giustizia internazionale, ripudiano la guerra e investono nella diplomazia delle città, promuovono la democratizzazione e il rilancio dell’Onu, casa comune dell’umanità, e delle istituzioni internazionali democratiche.
La sfida è, dunque, quella di tradurre in pratica il discorso sui diritti umani partendo da ciò che essi effettivamente rappresentano: le persone e i loro fondamentali bisogni vitali. L’impegno è coniugare il principio dell’interdipendenza e indivisibilità dei diritti umani – civili, politici, economici, sociali e culturali – e il principio dell’inclusione, che significa, ad esempio, offrire occasioni per l’esercizio di eguali diritti di cittadinanza a tutti coloro che risiedono nel territorio nazionale.

L’Agenda dei diritti umani è l’Agenda dei costruttori di pace. Un’Agenda che resta piena zeppa di drammatiche vicende umane che continuano ad essere colpevolmente nascoste o alimentate dai principali responsabili della politica internazionale. Parla di persone, di gente in carne e ossa, non di astratti problemi, ma non è un’agenda umanitaria. E’ una vera e propria agenda politica. C’è l’agenda politica dominante, quella dei poteri forti e spesso malavitosi. C’è l’agenda politica dei governi. C’è l’agenda politica dei media e di chi li controlla. E poi c’è un’altra agenda: l’Agenda politica dei diritti umani. Un altro punto di partenza e un altro punto di arrivo. I diritti umani sono il programma politico per la realizzazione della pace e delle tante “paci” di cui la gente ha bisogno, in Brianza come a Nairobi, a Napoli come a Gerusalemme. Un’altra cultura politica all’insegna della legalità e del diritto internazionale che deve farsi strada. Come abbiamo già detto, i diritti umani sono la bussola che ci può aiutare a trovare la via di uscita dalla gravissima crisi morale, sociale, culturale e politica planetaria che stiamo vivendo. Se la prendiamo in mano possiamo intravedere immediatamente la strada da percorrere. I nostri principali nemici sono la sfiducia, lo scetticismo, la rassegnazione, la frammentazione, la difesa cieca del proprio orticello, la rinuncia a coniugare valori, testimonianza e politica. Guai a noi se lasciamo che questi virus possano penetrare nel nostro corpo, nei nostri gruppi e condizionare le nostre scelte.
Non importa di che razza sei. Se sei un uomo o una donna. Se sei ricco o se sei povero. Non importa da che parte del mondo vieni, quale lingua parli, qual è la tua religione, quali sono le tue idee politiche. Non importa chi sei. Questi diritti sono anche i tuoi.
Non lasciare dunque che restino sulla carta.
Conoscili. Comprendili. Meditali. Imparali.
E impegnati a promuoverli e a difenderli: per te, per noi e per tutti gli esseri umani.
Non lasciare che la violenza e l'indifferenza abbiano il soprav­vento.

... ovunque tu sia,
... chiunque tu sia,
c'è sempre qualcosa che puoi fare
per promuovere
la pace e i diritti umani!

Il discorso continua su: www.perlapace.it

Flavio Lotti, Coordinatore Nazionale della Tavola per la Pace

LE FONDAMENTA DEL VIVERE CIVILE: LA CONSAPEVOLEZZA DEL SIGNIFICATO DI DIRITTO E DI DOVERE PER COMBATTERE LA VIOLENZA.

Negare agli esseri umani i loro diritti fondamentali significa dunque generare sconvolgimenti politici, scenari di guerra e di conflitto tra gruppi sociali. La Dichiarazione dei Diritti Umani, pur sancendo le basi fondamentali dei diritti di OGNI UOMO, certo non ha evitato guerre in tutto il mondo; basta pensare a tutti gli eventi di violenza che si sono succeduti negli ultimi 60 anni, assolutamente contrari allo spirito della Dichiarazione; eventi che hanno visto la soppressione dei diritti basilari di interi popoli e che hanno provocato la morte di milioni di persone. Affinché vi sia un cambiamento REALE, è necessario che gli uomini, a livello personale e collettivo, prendano coscienza e si assumano la responsabilità del cambiamento, che interiorizzino l’importanza del rispetto della dignità umana. Occorre un cambiamento profondo nelle mentalità: un aumento di sensibilità rispetto a ciò che accade all’altro, che ci impedisca di chiudere le porte a ciò che non avviene all’interno delle mura domestiche.

Il BULLISMO: un esempio di violenza “a misura di ragazzo”
La famiglia e la scuola rappresentano i nuclei essenziali per la crescita dell’individuo e devono garantire la sicurezza fisica ed emotiva dei ragazzi. Quando ciò non avviene, come nei casi di bullismo, che popolano oggi le pagine di tutti i giornali, occorre far fronte al fenomeno attraverso l’educazione. Il bullismo è un fenomeno assai diffuso che lede fortemente la dignità umana, che sta raggiungendo, anche attraverso la diffusione che ne viene data dai mezzi di comunicazione di massa – si pensi per esempio al cyberbullismo – dei livelli assolutamente preoccupanti  e che sta coinvolgendo fasce d’età sempre più basse. Ma non è un fenomeno soltanto del nostro Paese, dove si è diffuso soprattutto negli ultimi decenni, bensì un problema che riguarda tutto il mondo, soprattutto le realtà ricche e industrializzate. Se “questa forma di disagio giovanile affonda le proprie radici in realtà a noi territorialmente lontane, come negli Stati Uniti, dove purtroppo, molto spesso il bullismo si associa a forme di discriminazione ed emarginazione sociale nei confronti dei membri di comunità straniere”, “dall’America il fenomeno si è esteso all’Europa, e, da qui, ai Paesi Asiatici, tanto da ingenerare un vero e proprio allarme sociale, che non esiteremmo a definire globale” (tratto da Bullismo. Tutela giuridica alla luce della Direttiva Ministeriale n. 16/2007, di Maurizio Ascione) E se fino a pochi anni fa, la problematica veniva sottovalutata, oggi la gravità del fenomeno è assolutamente evidente. Il bullismo rappresenta una vera e propria piaga sociale che richiede un serio intervento delle istituzioni a tutela dei più deboli.

IL RUOLO della famiglia e DELLA SCUOLA è fondamentale per contrastare, attraverso specifiche azioni educative, gli episodi di violenza alla base delle tante tristi vicende che accadono ogni giorno e che sono solo in parte documentate dai media ( ovvero soltanto quelle che emergono e che vengono denunciate) Gli ordinamenti adottati per far fronte al Bullismo – come i regolamenti scolastici anti-bullismo – prevedono programmi educativi mirati, capaci di stimolare l’interazione tra gli studenti, di sensibilizzarli al rispetto verso gli altri e alla condivisione delle norme del “vivere comune”; auspicano il coinvolgimento degli adulti in ambito scolastico e una maggiore sorveglianza durante i momenti di intervallo.

 

ESEMPI CONCRETI.
La costruzione di una cultura anti bullismo – Dal Nord Europa all’Italia

In Svezia il fenomeno del bullismo ha assunto  già nel 2003  livelli  preoccupanti.  Già a  partire  dagli  anni  ’80 il  Ministero della Pubblica Istruzione Svedese ha intrapreso campagne antibullismo nelle scuole.
Dalla Svezia è dunque partito il primo invito ad un confronto e ad una ricerca sul tema.

L’invito  della  Svezia  è  stato  prontamente  accolto  dal  collège  di Villeneuve  La  Garenne,  banlieu  parigina  che  da  anni  vive  situazioni di vera  e  propria  emergenza.  Il  collège,  infatti,  accoglie studenti  provenienti  da  famiglie di immigrati di diverse nazionalità e culture.  Le  numerose  forme di disagio  ( derivanti,  in  questo  caso,  dai  complessi processi di integrazione  multiculturale)  esplodono  costantemente  in  episodi di aggressività e intolleranza.  

Sulla scia di queste esperienze, l’Istituto di Istruzione Secondaria di primo grado “Alessandro Volta”  di Monopoli (Bari) ha messo in atto un vero e proprio PIANO ANTIBULLISMO, di cui elenchiamo di seguito i tratti salienti.

L’istituzione  scolastica  ha  promosso  nell’anno scolastico  2004‐2005  un  primo  monitoraggio  del  fenomeno, riscontrando una bassa percentuale dei tre fattori considerati caratterizzanti l’atto del Bullismo e che lo distinguono da altre forme di violenza, ovvero:

  • L’intenzionalità:  il  comportamento  aggressivo  viene  messo  in  atto  volontariamente  e consapevolmente; 
  • La sistematicità: il comportamento aggressivo viene messo in atto più volte (a danno della stessa vittima) e si ripete quindi nel tempo; 
  • L’asimmetria di potere: tra le parti coinvolte (il bullo e la vittima) c’è una differenza di potere, dovuta alla forza, all’età, al numero degli aggressori.

Il percorso educativo si è tradotto nell’attivazione di sportelli di consulenza psicologica e di LABORATORI DEL “SAPER FARE…INSIEME”, finalizzati ad:

  • Osservare le dinamiche relazionali nei gruppi‐classe
  • Far fronte ad ogni forma di sofferenza e disagio giovanile
  • Promuovere una cultura di accoglienza e valorizzazione della diversità
  • consolidare i gruppi e fornire alla personalità aggressiva e prevaricatrice una alternativa di leadership in contesti positivi e costruttivi
  • Includere la personalità debole e vittima di prepotenza in un gruppo di protezione che sappia far uscire il soggetto dall’isolamento e valorizzi le sue capacità, elevando i livelli di autostima
  • Sviluppare la capacità di “fare” ed “essere” gruppo
  • Sviluppare i processi relazionali attivati dal lavoro di gruppo: i ragazzi hanno imparato a collaborare, a operare scelte insieme, a lavorare “in squadra” rispettando ruoli e regole.
  • Sviluppare nei ragazzi la capacità di empatia, ovvero la capacità di assumere il punto di vista dell’altro, condividendone emozioni e sofferenze
  • Promuovere la partecipazione attiva dei genitori

Il “Laboratorio sull’artigianato locale” ha permesso per esempio di coinvolgere direttamente i genitori: le famiglie hanno cominciato a condividere con lo staff della scuola il percorso di lotta al bullismo e alla prepotenza.
Alcuni genitori si sono improvvisati insegnanti di attività legate all’artigianato locale, realizzando cestini di giunco, preparando pane, pasta e dolci locali).
L’insolito ambiente di apprendimento ha creato un’atmosfera di grande divertimento e di relax. Gli alunni hanno imparato ad aiutarsi vicendevolmente e hanno potuto sperimentare un elevato grado di gratificazione avendo la possibilità di poter toccare in breve tempo, con le loro mani, il risultato del loro impegno.

La scuola ha inoltre adottato un protocollo di intervento da applicare in caso di prepotenza intenzionale e ripetuta nel tempo, strutturato secondo questi principi:

  • La persona che individua il caso lo riferisce al Dirigente scolastico
  • Il Dirigente scolastico convoca l’alunno o gli alunni coinvolti e raccoglie tutte le informazioni riguardanti l’episodio
  • Successivamente il Dirigente Scolastico convoca la famiglia e discute con essa le linee di intervento specifico da realizzare a scuola e a casa
  • Quando la famiglia è “assente”, il Dirigente Scolastico si rivolge ai Servizi Sociali del Comune della città e concorda con essi e con il coordinatore della classe possibili attività di recupero e reintegrazione sia per il bullo, sia per la vittima.
  • In casi di grave violenza o di pericolo per la incolumità delle persone coinvolte, il Dirigente si rivolge agli uffici territoriali di polizia.

Questo esperimento ha permesso di monitorare il fenomeno, di contrastarne in parte le cause; di trovare nuove ed efficaci modalità di dialogo con i ragazzi e di supporto alle situazioni sociali più difficoltose.

APPROFONDIMENTI

Lo studente - cittadino
Si parla oggi di “cittadinanza studentesca” per indicare il riconoscimento della condizione sociale degli studenti e dei loro diritti.
Si parla inoltre di Società della Conoscenza: questa definizione, coniata dal Consiglio Europeo in occasione del summit di Lisbona del marzo 2000, indica una società fondata sempre più sulla produzione, sulla trasmissione e sulla ripartizione della conoscenza, in cui l’accesso al sapere occupa un posto predominante.

Questi due concetti presuppongono, entrambi, il riconoscimento del valore sociale del sapere e della partecipazione attiva.

Il concetto di “cittadinanza studentesca”, presuppone dunque un ruolo attivo degli studenti in una logica di cittadinanza allargata.
L'integrazione all’interno della città significa per gli studenti essere non soltanto utenti dei servizi, ma soggetti dinamici nel tessuto sociale.
Per affrontare questa sfida, è necessario creare i presupposti affinché gli studenti si sentano “cittadini” a tutti gli effetti, parte integrante del contesto civile.
Creare un dialogo ed una collaborazione costante tra docenti, studenti ed istituzioni senza trascurare i rapporti con il mondo sociale e produttivo.

Ciò significa:

- introdurre il concetto di “cittadinanza”, sensibilizzando i ragazzi al concetto di diritto, di dovere e di partecipazione personale – a livello locale, regionale, nazionale, europeo e mondiale;
- rafforzare la crescita dell'identità personale dello studente - cittadino;
- avviare collaborazioni stabili e durature nel tempo tra il mondo scolastico e le organizzazioni civiche presenti sul territorio,.. e creare così una rete di scuole particolarmente sensibili all’ educazione alla cittadinanza;
- diffondere una cultura della tutela della propria dignità e della dignità altrui;
- dimostrare che il cittadino rappresenta il pilastro portante di una società democratica;
- costruire una dimensione civica della politica;
- denunciare i soprusi e le inadempienze.

Questo ruolo privilegiato spetta alla scuola, che deve essere capace di svolgere, accanto alla funzione tradizionale di trasmissione del sapere e delle conoscenze, anche quella di formare i cittadini di domani.
In conclusione, essere "Cittadini attivi" significa conoscere, interiorizzare i principi legati alla “vita pubblica”, sperimentare la propria “partecipazione civile”, in modo da sviluppare la consapevolezza del "proprio ruolo" all’interno della società e della propria capacità di intervento.