Perché si possa parlare di bullismo è necessario che un comportamento aggressivo, individuale o di gruppo nei confronti di un giovane sia sistematico e che duri nel tempo, e che ci sia una intenzionalità nel danneggiare o tiranneggiare la vittima.
Altra caratteristica è la distinzione tra prevaricazioni dirette e indirette.
Quelle dirette sono osservabili, si tratta in genere di azioni e comportamenti aggressivi che possono essere fisici, come percosse o vere e proprie violenze nei casi più gravi, e verbali come le minacce e le offese.
Le prevaricazioni indirette sono più difficilmente rilevabili. In genere si tratta di prepotenze tese a calunniare e ad escludere il ragazzo o la ragazza dal gruppo di coetanei.
Gli studi evidenziano una differenza di genere nell’adozione di prevaricazioni dirette o indirette: quelle dirette, soprattutto fisiche, sembrano prevalere nei maschi. Quelle indirette prevalgono invece nelle femmine, ma non solo esclusi comportamenti violenti anche nelle ragazze.
Il rischio psicosociale legato al bullismo è oggetto di studi e ricerche che hanno posto l’attenzione sull’abbandono scolastico, sulla delinquenza giovanile, sui disturbi psicologici risultati essere associati frequentemente a disturbi relazionali, in età scolare, nei rapporti con i coetanei.
Due possibili percorsi di crescita del bullismo (ovvero a cosa possono portare in età adolescenziale e adulta) sono i seguenti: aggressività, scarsa capacità di autocontrollo, comportamenti devianti e delinquenziali, oppure ansia, bassa autostima, isolamento sociale, depressione e insoddisfazione personale dall’altra.
PSICOLOGIA DELLA VITTIMA
La vittima di bullismo sembra innanzitutto avere le seguenti caratteristiche: ansia, insicurezza, scarsa autostima, opinione negativa di sé e delle proprie competenze e abilità. Sotto gli attacchi dei compagni spesso il bambino o il giovane reagisce chiudendosi in se stesso.
La condizione di vittimizzazione rilevata da alcuni studi sembra essere correlata ad una scarsa capacità di comportamento assertivo, passività e sottomissione ai compagni, difficoltà emotive e comunicative, scarsa capacità di fronteggiamento degli attacchi attraverso comportamenti reattivi e richieste di aiuto. La vittima, resa ancora più vulnerabile dall’isolamento, può autocolpevolizzarsi o negare l’esistenza del problema.
Gli studi compiuti sulle famiglie delle vittime hanno evidenziato un intenso coinvolgimento dei figli nella vita familiare accompagnato da elevata protettività e rapporti di forte dipendenza dalla famiglia con conseguente difficoltà, da parte dei bambini e dei ragazzi, a gestire adeguatamente i rapporti sociali con gli altri. Prevale in tal caso un comportamento passivo.
La vittima aggressiva o provocatrice, invece, mostra uno stile aggressivo e reattivo, subendo comunque le prepotenze dei compagni. Si innesca in tal modo una intensa conflittualità chiusa in un circolo vizioso in cui si alternano stati diversi di prepotenze o di vittimizzazione.
PSICOLOGIA DEL BULLO
Il bullo, in genere maschio, spesso ha una elevata autostima, giustifica l’esercizio dell’aggressività per raggiungere i propri scopi, mostra indifferenza nei confronti della vittima, ha un forte bisogno di dominare gli altri e adotta comportamenti aggressivi sia nei confronti dei coetanei che degli adulti.
Aggredisce la vittima, prendendo l’iniziativa, ma è anche capace di istigare e coinvolgere nell’azione altri compagni, manipolando la situazione a suo vantaggio.
Nelle famiglie dei bulli gli studi evidenziano un clima di ostilità, l’adozione di uno stile educativo autoritario, anche violento, scarsa accettazione del figlio da parte dei genitori.
L’incoerenza dei comportamenti educativi, con riferimento allo stile genitoriale, è associata da alcuni autori al comportamento aggressivo dei bambini e degli adolescenti.
RUOLI
Alcune ricerche condotte nell’ambito del bullismo sul gruppo e sui ruoli dei partecipanti hanno definito sei ruoli che i componenti del gruppo possono assumere:
- il bullo:
l’aggressore che prende l’iniziativa;
- la vittima:
chi subisce la prepotenza;
- l’aiutante:
chi ugualmente agisce con prepotenza, ma ricoprendo una posizione inferiore a quella del bullo, come seguace;
- il sostenitore:
chi agisce rinforzando la prepotenza del bullo, incitandolo o anche stando a guardare;
- il difensore:
chi consola e difende la vittima o cerca in qualche modo di far smettere la prepotenza;
- l’esterno:
chi si disinteressa non facendo nulla, cercando di restare fuori dalla situazione e di non farsi coinvolgere.